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lunedì 28 novembre 2011

Il disordine nel discorso che trasforma l'esistente

5 / 4 / 2011
Al rientro da Lampedusa credevamo di aver perso la capacità di stupirci. Eravamo convinti che le immagini assurde ancora fresche nella testa avrebbero impedito di provare ancora meraviglia. Migliaia di persone buttate al sole torrido o al vento gelido ad aspettare, per ore, per giorni. La totale assenza di legge nel posto con la più alta concentrazione di forze dell’ordine: una specie di finta anarchia per noi italiani, un controllo che nessuna parola può riassumere per i tunisini. Un senso di sicurezza mai provato in un’isola strapiena di “clandestini”. La completa assenza di un intervento razionale da parte del governo e la simmetrica, straordinaria, solidarietà della popolazione locale. Suoni e canti di libertà sulla banchina del porto in uno dei momenti di massima tensione e disperazione. Contraddizioni inattese, a cui non si riesce a trovare soluzione, riempiono la mente al ritorno dall’isola. Raccontare è difficile, far capire forse impossibile.Appena arrivati in continente, però, una nuova sorpresa ci attende e ci sorprende. Ancora una volta è mr. Silvio a riuscire a rimettere in gioco i pensieri, a confondere le idee. Fino a pochi giorni fa non avremmo mai pensato di ascoltare quello che l’altro ieri ha dichiarato il presidente del consiglio. Bastano tre frasi: “l’ospitalità è un dovere”; “dobbiamo ricordarci di essere stati anche noi un Paese di migranti”; “ricordo che abbiamo novemila comuni e dunque se restassero novemila nuovi cittadini basterebbe restituirli uno per comune”. Incredibile!!! Un nuovo fulmine a ciel sereno che lascia a bocca aperta, che confonde tutto un’altra volta.Nessuno, mai, neanche tra chi siede oggi all’opposizione, neanche tra chi si definisce ancora di sinistra, era riuscito a dire cose simili. E invece, l’altro giorno, il capo di un governo in cui un ruolo determinante è svolto dalla Lega, che intorno alle retoriche anti-immigrazione e alle leggi finalizzate alla produzione di clandestinità ha costruito negli anni la sua legittimazione e il suo consenso, ha pronunciato queste parole. Cosa sta succedendo realmente? Come si spiega tutto ciò?Al momento si affacciano due interpretazioni possibili. La prima sostiene che Berlusconi al ritorno dalla villa Due Palme (che alla fine non ha comprato), passando per la via che attraversa la “collina della vergogna”, luogo in cui si sono accampati in condizioni disperate centinaia di persone, e poi attraversando come Mosè il mare di persone che affollavano la banchina del porto, si sia finalmente redento. Un’illuminazione inattesa, il senso di colpa, la consapevolezza della responsabilità della tragedia che si consuma in questi giorni a Lampedusa, sostengono alcuni, hanno fatto cambiare radicalmente idea al presidente del consiglio sui cosiddetti “immigrati clandestini”.La seconda interpretazione è quella più quotata. Siamo in un momento storico in cui i cambiamenti sociali e politici marciano ad una velocità prima impensabile e tuttora difficilmente comprensibile. La grande fuga per la libertà che i migranti nordafricani stanno praticando, produce effetti dirompenti già nell’immediato: i dispositivi di controllo saltano e non riescono a riconfigurarsi subito in maniera efficiente; le legislazioni nazionali e comunitarie risultano totalmente inadeguate a gestire la situazione attuale; vengono  mandati in deroga, in maniera confusa e contraddittoria, non elementi secondari, ma principi fondanti del sistema di regolazione dei flussi migratori; la stratificazione delle rappresentazioni mediatiche del migrante, del clandestino, del profugo viene rimessa in gioco in maniera radicale e diffusa attraverso la presa di parola diretta dei migranti che da Lampedusa a Ventimiglia, passando per Manduria, sfruttano l’attenzione mediatica che hanno addosso, rilasciano interviste, dichiarazioni, fanno cortei, comunicano in forme molteplici la loro voglia di diritti e libertà, iniziando ad incrinare le maschere e gli stereotipi che negli anni sono stati loro appiccicati. È dalla spinta soggettiva delle migliaia di persone che stanno sfondando frontiere fisiche, confini di status, barriere simboliche che Berlusconi si trova costretto a cambiare rotta, a tentare di abbassare l’allarme sociale che intorno alle migrazioni è stato costruito per decenni, perfino a recuperare alcuni dei discorsi che solo i movimenti hanno avuto il coraggio di esprimere nel corso degli ultimi anni. Il giochetto è saltato: hanno creato un’emergenza che non riescono a gestire. È questo il non-detto che dobbiamo leggere tra le parole pronunciate dal capo del governo. Non solo le leggi, i regolamenti, gli accordi, i trattati, gli strumenti di controllo e confinamento tradizionali sono oggi sotto attacco. È un immaginario sedimentato negli ultimi venti anni che, forse, potrebbe finire sul fondo del Mar Mediterraneo. Proprio nel punto in cui i sistemi di controllo sono più stringenti, più rodati, sfruttano  meglio dispositivi molteplici e integrati, legittimati da un ordine del discorso che rappresenta i clandestini come invasori, barbari, criminali e terroristi, viene fuori un’onda di cambiamento imprevista e dirompente. Il disordine invade il discorso dominante, i corpi e le voci scompigliano un castello di carte costruito meticolosamente nel corso degli anni. Certo non è il momento di abbandonarsi a un facile ottimismo o a qualche forma perversa di attendismo. Si tratta invece di interrogare nel profondo i cambiamenti che si stanno dando, agirli mettendo in gioco le certezze acquisite nel tempo, che hanno perso consistenza in pochi giorni. Lasciare a Berlusconi e alla sua cricca la possibilità di riempire lo spazio di trasformazione che si sta aprendo sarebbe un crimine che non potremmo perdonarci. È vero: dobbiamo starci. Dobbiamo capire e possiamo farlo solo agendo. Di fronte alle nuove sfide che si aprono, alle nuove domande che si pongono, il compito di costruire uno spazio Euromeditterraneo di diritti e di libertà va assunto fino in fondo e con il massimo dello sforzo. Da noi. Da tutti. Da oggi.

Salento - Sole, mare e.... sfruttamento

“Lavorare” in dialetto salentino si dice “fatìare”, faticare. Ce ne sono tante di “fatìe”, ma tutti sanno quanto è duro “scire fore”, andare a lavorare in campagna. Soprattutto in estate e soprattutto quando la campagna è di qualcun altro. Quando poi il tuo lavoro viene retribuito pochi euro al giorno, da cui devi anche sottrarre il pizzo pagato ai caporali, e non hai nessun diritto, la “fatìa” cambia nome e diventa sfruttamento.

È contro lo sfruttamento che stanno lottando in questi giorni i braccianti agricoli della masseria Boncuri, territorio di Nardò, provincia di Lecce. Chiedono di essere retribuiti adeguatamente, che i diritti scritti nel contratto regionale siano effettivamente garantiti anche a loro, vogliono trattare direttamente con le aziende eliminando i caporali e gli altri intermediari che speculano sul loro lavoro.

“C’è molta crisi”, dicono intanto i produttori di angurie, le stesse aziende agricole che per anni hanno lucrato sull’isolamento e sull’invisibilità di questi lavoratori. Anche loro hanno protestato, nel mese di luglio, chiedendo che l’Unione Europea inserisse l’anguria tra i prodotti danneggiati dalla psicosi del batterio killer del cetriolo. Per rafforzare questa richiesta hanno deciso di lasciar marcire le angurie nei campi. Come a Rosarno, anche a Nardò conviene di più reclamare sussidi europei che vendere i prodotti agricoli. Difficilmente, fuor di retorica, si può attribuire questa situazione al batterio del cetriolo! E neanche la seconda motivazione ufficiale, quella della concorrenza sottocosto delle angurie greche e turche, è sufficiente. Il problema strutturale, e sempre più drammatico, riguarda le speculazioni che sui prodotti agricoli vengono operate dalla grande distribuzione organizzata (Gdo): è qui che hanno origine i meccanismi perversi che generano l’apparente paradosso per cui il prodotto vale pochi centesimi sui campi e molti euro nei supermercati. Protestando in prefettura, gli imprenditori agricoli chiedevano aiuti per uscire dalla crisi, sostenendo che questa non avrebbe danneggiato soltanto loro stessi, ma anche tutto l’indotto del settore, compresi i braccianti stranieri arrivati in Salento per la raccolta. Da queste parti si dice così: “attuti, curnuti e cacciati te casa”. Cioè “picchiati, cornuti e cacciati (pure) di casa”, questo è successo alle braccia venute a raccogliere angurie e pomodori (prodotto su cui si è dirottato tutto il lavoro): sfruttate brutalmente nella raccolta e usate persino come leva per ottenere risarcimenti.

Ma invece di braccia sono arrivate persone. E così all’ennesima richiesta di padroncini e caporali, cioè selezionare a terra i pomodori buoni (che significa fare il doppio della fatica!), è partito il primo sciopero dei braccianti agricoli: astensione dal lavoro, presidi in prefettura e assemblee. Tutto completamente auto-organizzato. Infrastruttura necessaria è stata la Masseria Boncuri, dove le Brigate di Solidarietà Attiva e Finis Terrae Onlus hanno organizzato per il terzo anno consecutivo un campo di accoglienza, diventato luogo di auto-organizzazione politica.

La lotta dei braccianti agricoli di Nardò, oltre ai necessari risultati concreti che nei prossimi giorni si potrebbero ottenere, è riuscita a portare finalmente all’attenzione pubblica la condizione bestiale in cui si ritrovano i lavoratori stagionali migranti che ogni anno arrivano in Salento, parallelamente ai grandi flussi turistici. Tante figure istituzionali si sono espresse in questi giorni a sostegno della loro battaglia, lodando il “coraggio civile” dei migranti nel denunciare i reati e tentando, a volte, di declinare questa lotta per i diritti in lotta per la legalità. Questa operazione retorica nasconde una grande bugia e una mezza verità.

Le istituzioni pugliesi e salentine non possono far finta di cadere dalle nuvole dando a intendere che non conoscessero, prima dello sciopero dei braccianti, la situazione delle campagne di Nardò, che è la stessa di quelle di Foggia e di altre città della Puglia. Possono riempirsi la bocca di tutti i ringraziamenti che vogliono e denunciare la brutalità del caporalato quanto preferiscono, ma non possono certo declinare su altri le responsabilità che tutte le istituzioni hanno (dalla regione alla provincia, dalla prefettura all’amministrazione comunale) nell’aver tollerato e permesso che le campagne pugliesi diventassero un “far west”, in cui regna ormai un sistema di schiavitù alimentato dall’isolamento sociale e dalla ricattabilità dei migranti. Questa è la grande bugia.

La mezza verità, invece, sta nei tentativi di declinare la lotta dei braccianti in una lotta per la legalità: sebbene le rivendicazioni siano chiaramente improntate alla richiesta del rispetto delle leggi sul lavoro, è difficile credere che situazioni come quelle delle campagne neretine sarebbero potute nascere e diffondersi con tanta impunità e acquiescenza senza l’incessante lavorìo giuridico, simbolico e politico dei governi di centro-destra e centro-sinistra. Le leggi che riproducono continuamente clandestinità, e quindi ricattabilità e invisibilità, l’instaurazione del nesso tra permanenza e lavoro, la produzione di paura e allarme sociale intorno ai fenomeni migratori, attraverso la criminalizzazione dei migranti e le retoriche dell’“emergenza”, si toccano con mano nelle campagne di Nardò, Foggia, Palazzo San Gervasio, Villa Literno, Rosarno, Pachino, Vittoria. È in questi luoghi che la cancellazione dei diritti viene tradotta in segregazione e in lavoro a bassissimo costo, o persino a costo zero, e che capisci “da che parte sta lo Stato”.